Lo scritto di Nietzsche del 1886 si adatta perfettamente anche all'Europa del ventunesimo secolo
Fino a che l'utilità dominante nell'apprezzamento dei valori morali, non è che l'utilità degli uomini aggregati e tende unicamente alla conservazione della comunità, fino a che l'immorale si identifica esclusivamente con tutto ciò che alla comunità riesce dannoso, non può esistere una morale dell'«amore del prossimo».
Ammesso pure che sussista già allora una certa qual misura di riguardi, di compassione d'equità, di bontà, di reciprocità nell'aiutarsi : che di già in quello stato della società si trovino in attività tutti quelli impulsi, che più tardi si collocheranno al posto d'onore col nome di «virtù», e i quali coincidono quasi col concetto «moralità» : in quell'epoca essi non appartengono ancora al regno delle valutazioni morali, sono ancora extra-morali. Così, ad esempio, un atto di pietà nei migliori tempi di Roma non viene detto né buono né cattivo, né morale né immorale: e seppure è lodato, a questa lode s'aggiunge anche una specie di sdegnoso disprezzo tutte le volte che lo si raffronti ad un atto che serve a favorire la cosa comune, la res publica. In ultima analisi l'«amore del prossimo» è sempre alcunché d'accessorio, in parte anche convenzionale ed apparentemente arbitrario in proporzione della paura del prossimo.
Allorquando la compagine sociale nel suo complesso è salda ed assicurata contro i pericoli esterni, si è codesta paura del prossimo che crea nuove prospettive di apprezzamenti di valori morali. Certi impulsi potenti e pericolosi come lo spirito d'intraprendenza, la temerarietà, la sete di vendetta, l'astuzia, la rapacità, la sete di dominazione, impulsi che sino allora in quanto erano utili al bene pubblico, non soltanto si onoravano sotto nomi differenti, ben inteso, da quelli da noi accennati ma necessariamente si incoraggiavano e si favorivano (perché nel pericolo comune si abbisognava di loro costantemente contro i comuni nemici) più tardi si riconoscono doppiamente pericolosi - poiché mancano i canali di sfogo - passo passo si segnano col marchio dell'immoralità e si danno in preda alla calunnia. Allora gli impulsi e le inclinazioni contrarie vengono assunti agli onori morali; l' istinto del gregge trae passo passo le sue conclusioni. Quando più o meno vi sia di dannoso al benessere comune, di pericoloso all'uguaglianza di tutti, in un'opinione, in uno stato di spirito, in una passione, in una volontà, in un ingegno, ecco quale è adesso la prospettiva morale: anche qui la paura diviene la madre della morale. Allorquando gli impulsi più elevati e potenti, erompendo con tutta la forza della passione, innalzano un singolo individuo al disopra, e lo spingono ben fuori della media e della bassezza della coscienza dell'uomo dell'armento, tolgono alla comunità il sentimento della propria indipendenza, la fede in sé stessa, la sua colonna vertebrale, per così dire, si spezza: sicché si vuole macchiar d'infamia e di calunnia precisamente simili impulsi. Di già in un'altra spiritualità indipendente, nella volontà di stare da per sé, in una intelligenza elevata si subodora un pericolo: tutto ciò che innalza il singolo al disopra del gregge, e fa paura al prossimo, si chiamerà d'ora innanzi col nome di «male» ; i sentimenti dell'equità, della modestia, dell'ordine, dell' uguaglianza, la mediocrità delle brame ottengono nomi ed onori morali. Alla fine, in condizioni molto pacifiche cessano l'occasione ed il bisogno d'educare i propri sentimenti al rigore ed all'asprezza; ed allora qualsiasi rigore, anche della giustizia, incomincia a turbare gli animi: un'asprezza aristocratica ed indipendente offende quasi e genera la diffidenza, l'«agnello», anzi la «pecora», guadagnano nella stima. Nella storia della società, il rilassamento e la mollezza possono giungere al punto, che la società prende le parti di chi tende a recare danno a lei stessa, del delinquente, e che le prenda seriamente ed onestamente. Punire -- ciò le sembra non equo sotto qualche rapporto, - certo si è che l'idea di punire e di dover punire le fa male, le fa paura. «Non basta renderlo innocuo? Perché punire per giunta? II punire non è per sé stesso una cosa terribile?? - Con queste interrogazioni la morale del gregge, la morale della paura trae la sua ultima conclusione. Supposto che si potesse eliminare il pericolo per sé stesso, la causa della paura, con ciò solo si sarebbe eliminata anche codesta morale, essa non sarebbe più necessaria, non si sentirebbe più la sua necessità.
Chi esamina la coscienza dell'europeo odierno si vedrà costretto a nicchiare dalle pieghe, dai nascondigli della morale, sempre lo stesso imperativo, l'imperativo della paura del branco «Noi vogliamo che da un momento dato non ci sia più nulla da temere !» - Ad un momento dato ! - la volontà e il cammino per arrivarci chiamasi oggidì dovunque in Europa il «progresso».
Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell'avvenire (Jenseits von Gut und Böse, 1886)