lunedì 23 novembre 2015

Gli obiettivi geopolitici degli attentati di Parigi e l’uso strumentale della religione

mercoledì 18 novembre 2015 21:11 - ultimo aggiornamento 21:11

di Dario Fabbri (Limes)

All’interno dello Stato Islamico (Is o Daesh secondo l’acronimo arabo) esiste un notevole iato tra il fervore religioso della base e il laicismo dei vertici. Ne consegue che spesso semplici terroristi e alti dirigenti perseguono agende assai diverse, con i primi attivamente impegnati nel jihad e i secondi, gestori materiali della macchina amministrativa, guidati da ragioni eminentemente geopolitiche. Esattamente quanto accaduto con gli efferati attentati di Parigi, segnati da un afflato apparentemente religioso e in realtà pensati per incidere soprattutto sulla crisi siriana. Una discrepanza palese che segnala la dimensione statale di Daesh e confuta qualsiasi teorizzazione dello scontro di civiltà.

Malgrado una propaganda di fervente matrice islamica, i principali ministri e generali del califfato sono di estrazione laico-socialista. Ex luogotenenti di Saddam Hussein e già membri del partito baathista iracheno, negli ultimi anni si sono riciclati nelle file di Is dopo essere stati incarcerati o mandati alla fame durante l’occupazione americana dell’Iraq. Al contrario i cosiddetti foreign fighters - in grande maggioranza musulmani ma anche cristiani, ebrei, atei - si arruolano in Daesh perché attirati dalle apocalittiche teorie religiose del leader al-Baghdadi o semplicemente per rendere avventurosa la propria esistenza. Finendo poi per essere manipolati dai loro capi.

Così mentre per le strade di Parigi kamikaze e killer, probabilmente addestrati da Is, colpivano centinaia di innocenti con l’obiettivo di punire gli infedeli e la società aperta francese, in Siria i vertici dell’internazionale jihadista misuravano gli effetti di un piano di squisita natura tattica. Obiettivo di azioni tanto spettacolari, come capitato con il recente abbattimento del volo charter russo, è influire sulla guerra civile siriana. In particolare, preoccupati dalla partizione del paese che le principali potenze internazionali stanno ordendo dietro le quinte, i ministri del califfato intendono convincere la Francia e gli altri “soggetti esterni” ad abbandonare la campagna di bombardamenti aerei. Il rischio (calcolato) è che, per rappresaglia, questi intensifichino i raid ma si tratta di un’evenienza che garantisce comunque la sopravvivenza dello Stato Islamico, giacché soltanto una guerra di terra ne potrebbe determinare la caduta e nessuna cancelleria è intenzionata a inviare un proprio (cospicuo) contingente in loco. Né, come auspicato da Iran e Stati Uniti, saranno i guerriglieri sciiti o curdi a sbaragliare Is poiché, se anche riuscissero nell’impresa, in quanto rispettivamente non sunniti e non arabi non potrebbero mantenere il territorio conquistato.

Connotati di un progetto esclusivamente geopolitico, in cui l’elemento religioso serve ai dirigenti del califfato soltanto per sedurre giovani sbalestrati o al massimo per accreditarsi nei confronti della popolazione locale. E che fa dell’Occidente un mezzo e non l’obiettivo ultimo dell’orribile azione altrui, in barba a qualsiasi decantata guerra di religione.

venerdì 6 marzo 2015


Al di là del bene e del male

Lo scritto di Nietzsche del 1886 si adatta perfettamente anche all'Europa del ventunesimo secolo

Fino a che l'utilità dominante nell'apprezzamento dei valori morali, non è che l'utilità degli uomini aggregati e tende unicamente alla conservazione della comunità, fino a che l'immorale si identifica esclusivamente con tutto ciò che alla comunità riesce dannoso, non può esistere una morale dell'«amore del prossimo».

Ammesso pure che sussista già allora una certa qual misura di riguardi, di compassione d'equità, di bontà, di reciprocità nell'aiutarsi : che di già in quello stato della società si trovino in attività tutti quelli impulsi, che più tardi si collocheranno al posto d'onore col nome di «virtù», e i quali coincidono quasi col concetto «moralità» : in quell'epoca essi non appartengono ancora al regno delle valutazioni morali, sono ancora extra-morali. Così, ad esempio, un atto di pietà nei migliori tempi di Roma non viene detto né buono né cattivo, né morale né immorale: e seppure è lodato, a questa lode s'aggiunge anche una specie di sdegnoso disprezzo tutte le volte che lo si raffronti ad un atto che serve a favorire la cosa comune, la res publica. In ultima analisi l'«amore del prossimo» è sempre alcunché d'accessorio, in parte anche convenzionale ed apparentemente arbitrario in proporzione della paura del prossimo.

Allorquando la compagine sociale nel suo complesso è salda ed assicurata contro i pericoli esterni, si è codesta paura del prossimo che crea nuove prospettive di apprezzamenti di valori morali. Certi impulsi potenti e pericolosi come lo spirito d'intraprendenza, la temerarietà, la sete di vendetta, l'astuzia, la rapacità, la sete di dominazione, impulsi che sino allora in quanto erano utili al bene pubblico, non soltanto si onoravano sotto nomi differenti, ben inteso, da quelli da noi accennati ma necessariamente si incoraggiavano e si favorivano (perché nel pericolo comune si abbisognava di loro costantemente contro i comuni nemici) più tardi si riconoscono doppiamente pericolosi - poiché mancano i canali di sfogo - passo passo si segnano col marchio dell'immoralità e si danno in preda alla calunnia. Allora gli impulsi e le inclinazioni contrarie vengono assunti agli onori morali; l' istinto del gregge trae passo passo le sue conclusioni. Quando più o meno vi sia di dannoso al benessere comune, di pericoloso all'uguaglianza di tutti, in un'opinione, in uno stato di spirito, in una passione, in una volontà, in un ingegno, ecco quale è adesso la prospettiva morale: anche qui la paura diviene la madre della morale. Allorquando gli impulsi più elevati e potenti, erompendo con tutta la forza della passione, innalzano un singolo individuo al disopra, e lo spingono ben fuori della media e della bassezza della coscienza dell'uomo dell'armento, tolgono alla comunità il sentimento della propria indipendenza, la fede in sé stessa, la sua colonna vertebrale, per così dire, si spezza: sicché si vuole macchiar d'infamia e di calunnia precisamente simili impulsi. Di già in un'altra spiritualità indipendente, nella volontà di stare da per sé, in una intelligenza elevata si subodora un pericolo: tutto ciò che innalza il singolo al disopra del gregge, e fa paura al prossimo, si chiamerà d'ora innanzi col nome di «male» ; i sentimenti dell'equità, della modestia, dell'ordine, dell' uguaglianza, la mediocrità delle brame ottengono nomi ed onori morali. Alla fine, in condizioni molto pacifiche cessano l'occasione ed il bisogno d'educare i propri sentimenti al rigore ed all'asprezza; ed allora qualsiasi rigore, anche della giustizia, incomincia a turbare gli animi: un'asprezza aristocratica ed indipendente offende quasi e genera la diffidenza, l'«agnello», anzi la «pecora», guadagnano nella stima. Nella storia della società, il rilassamento e la mollezza possono giungere al punto, che la società prende le parti di chi tende a recare danno a lei stessa, del delinquente, e che le prenda seriamente ed onestamente. Punire -- ciò le sembra non equo sotto qualche rapporto, - certo si è che l'idea di punire e di dover punire le fa male, le fa paura. «Non basta renderlo innocuo? Perché punire per giunta? II punire non è per sé stesso una cosa terribile?? - Con queste interrogazioni la morale del gregge, la morale della paura trae la sua ultima conclusione. Supposto che si potesse eliminare il pericolo per sé stesso, la causa della paura, con ciò solo si sarebbe eliminata anche codesta morale, essa non sarebbe più necessaria, non si sentirebbe più la sua necessità. Chi esamina la coscienza dell'europeo odierno si vedrà costretto a nicchiare dalle pieghe, dai nascondigli della morale, sempre lo stesso imperativo, l'imperativo della paura del branco «Noi vogliamo che da un momento dato non ci sia più nulla da temere !» - Ad un momento dato ! - la volontà e il cammino per arrivarci chiamasi oggidì dovunque in Europa il «progresso».

Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell'avvenire (Jenseits von Gut und Böse, 1886)

sabato 28 febbraio 2015

Torneo delle Sei Nazioni di Rugby: Scozia-Italia 19-22

La nazionale italiana di rugby ha vinto la sua prima partita nel torneo delle Sei Nazioni del 2015, battendo per 22-19 la Scozia, a Edimburgo. La vittoria dell’Italia è una notizia: l’Italia, come la Scozia, aveva perso le prime due partite del torneo, ma era considerata sfavorita. L'ultima vittoria dell’Italia in una partita del Sei Nazioni risaliva all'ultima giornata del torneo del 2013: in quell'occasione aveva battuto l’Irlanda per 22-15.

L’Italia ha battuto la Scozia in rimonta, dopo essere andata sotto dieci a zero nei primi otto minuti. Poi ha rimontato e ottenuto la vittoria finale grazie a una meta “tecnica” (assegnata cioè dall’arbitro a fronte dei ripetuti falli degli avversari per impedire una meta regolare) negli ultimi venti secondi della partita. La meta tecnica è considerata una manifestazione di inferiorità da parte della squadra che la subisce: spesso subirne una ha il sapore dell'umiliazione.

La nazionale italiana è tradizionalmente la più debole fra le partecipanti al torneo, negli ultimi anni insieme alla Scozia. Prima di questa edizione del Sei Nazioni su 75 partite giocate in 15 edizioni ne ha vinte solo 11, meno di una per edizione. Per dieci volte ha "vinto" il cucchiaio di legno, premio che idealmente viene assegnato alla squadra che arriva ultima. Attualmente è 14esima nel ranking mondiale delle nazionali di rugby, mentre le altre cinque partecipanti si trovano nelle prime 10 posizioni. Nel Sei Nazioni del 2014, l’Italia aveva perso tutte le partite ottenendo il cucchiaio di legno e il "whitewash" (tutte sconfitte). Nel torneo attuale, l’Italia deve ancora giocare con la Francia e il Galles, rispettivamente il 15 e il 21 marzo.



A ciascuno il proprio ruolo

Le posizioni del rugby a 15 sono strettamente correlate alle abitudini bevitorie dei giocatori. Gli avanti (i numeri dall'1 all'8) si alimentano a superalcoolici ingurgitati nei ricevimenti pre-match; i mediani (9 e 10) in genere bevono poco, perché troppo impegnati a fare i piacioni più; i tre quarti (numeri 11-15) in genere vengon su a birra e sono più sobri dei loro colleghi di prima linea.

Rugbysta ridotto male Ruolo:
Allenatore di rugbyAllenatore
È una persona divertente, sembra capire tutte le tattiche e le regole. Passa le ore insegnando mosse prestabilite. Gli si attribuisce il merito delle mete segnate anche quando le mosse prestabilite non vengono impiegate. Gli allenatori sono di solito ex-giocatori di match internazionali o ex-vigili vendicativi.
Pilone rugbyPiloni (Pilone sinistro, n° 1, e destro, n° 3): si tratta di quegli individui grossi, tozzi e pelosi, a metà tra un mostro sanguinario e un nano da giardino, che si alzano per ultimi da una mischia rovinosa e che, malgrado tutto, vanno per primi al bar.

L'occupazione principale dei piloni, giocando essi in prima linea, è quello di azzuffarsi in coloriti modi con i loro dirimpettai della squadra avversaria durante le mischie: prese per la gola, morsi agli orecchi, dita negli occhi sono tra le pratiche più gettonate; mentre il pilone destro è incastrato tra il proprio compagno tallonatore e il suo omologo avversario, il pilone sinistro tiene la faccia fuori dalla mischia, quindi è generalmente ignaro che il rugby è uno sport che si gioca con la palla. Normalmente i piloni grugniscono felicemente durante la partita nel buio della mischia, sperando di poter fornire qualche palla decente agli esterni.

TallonatoreTallonatore (n° 2): condivide con il pilone il 99,5% del patrimonio genetico ma, a differenza di questi, presenta un Q.I. lievemente più alto ed è in grado di esprimersi con frasi brevi di senso compiuto e non solamente con grugniti privi di qualsiasi costrutto logico.

La fortuna di chi aspira a tale (poco invidiabile) ruolo è che quasi nessuno vuole ricoprirlo (molto probabilmente perché nessuno ne ha mai capito le caratteristiche) e quindi i pochi che hanno la vocazione del tallonatore trovano quasi subito impiego in squadra: si noti che molti club sono pieni di estremi e mediani, ma grasso che cola se trovano un solo tallonatore vero. Infatti, per essere tallonatore, bisogna esservi nati: privi di collo, con gambe storte e braccia lunghe, naso schiacciato a causa dei molteplici incontri ravvicinati con le ginocchia del pilone destro avversario durante le mischie. In pratica il compito del tallonatore (in inglese Hooker, uncinatore) è quello di "uncinare" con il tallone la palla introdotta in mischia mentre:

  1. spinge come un mulo contro una mischia avversaria, che in media pesa intorno agli 850 kg;
  2. viene preso a ginocchiate sul muso dal suddetto pilone destro avversario, ossia il numero 3 (contro il quale, al termine della mischia, spesso e volentieri il tallonatore comincia a menare fendenti che in violenza equivalgono a quella scatenata da Richard Benson contro il proprio membro);
  3. viene massacrato anche dai suoi piloni i quali, come ben sappiamo, tra ascelle e fiato potrebbero alimentare una locomotiva a vapore senza sforzo alcuno.
Seconda linea di RugbySeconde linee (numeri 4 e 5) : normalmente i più alti della squadra (anche due metri) e d'intelligenza inversamente proporzionale alla loro altezza, il loro compito abituale è quello di controllare la direzione di rotazione della mischia e osservare da dietro l'esito della battaglia in prima linea, eventualmente dando vita a rappresaglie in gioco aperto oppure nelle battaglie aeree per il controllo delle touche, nelle quali sono loro a essere sollevati nel cosiddetto ascensore.

Ovviamente questo presume che la touche sia giocata bene e non ne esca altresì una cosa stortissima che, nel 90% dei casi, cade nelle mani degli avversari (peraltro suscitando nei tre quarti, che vedono l'azione in lontananza, un intenso moto di religiosità improvvisa, manifestato da coloriti bestemmioni).

Terza lineaTerze ali o flanker (numeri 6 e 7): elementi molto veloci, il loro compito principale è quello di asfaltare il mediano di mischia quando la palla esce dal raggruppamento, al fine di impedirgli di smistare il gioco sui tre quarti; come compito accessorio e più generale, hanno il mandato di rasare qualsiasi cosa più alta del filo d'erba che vesta una maglia di colore diversa dalla loro.

Natural born killer, spesso sono deportati dalla Nuova Zelanda, Paese nel quale subiscono un duro addestramento in stile Marines al solo scopo di fare terra bruciata della linea mediana avversaria. La loro arma caratteristica è la vendetta. Placcare (o anche semplicemente spingere sgarbatamente) una terza linea in qualsiasi parte del campo equivale più o meno ad un contratto di morte: queste simpatiche creature, infatti, tendono a portare rancore per una quantità notevole di tempo, rigettando (con gli interessi, ovviamente) tutte le angherie subite sullo sventurato in questione; inoltre, nonostante giochino accanto ai piloni, le terze linee godono di ottima memoria ed allo stesso tempo possiedono la velocità dei primi centri, la mole delle seconde linee (o quasi) e la bastardaggine dei mediani di mischia. Tendono a ferirsi molto, spesso vengono messi fuori combattimento e quando riemergono dal trattamento dei soccorritori, sono fasciati da bende e drammaticamente determinati a resistere a tutti i tentativi per far loro lasciare il campo.

Rugby terza centroTerza linea centro o numero otto (ovviamente, n° 8): gioca al centro tra i due flanker ed è l'elemento più arretrato del pacchetto di mischia.

La posizione non è invidiabile (gioca con la faccia tra i culi delle due seconde linee) ma in compenso ha caratteristiche fisiche che gli permettono di prendersi varie soddisfazioni quali, per esempio, dare il colpo di grazia al mediano di mischia avversario che fosse per fortuita combinazione sopravvissuto all'assalto dei suoi due colleghi di terza linea, oppure far maledire il giorno della propria nascita al malcapitato che si azzardi a placcarlo in gioco aperto. Come background il terza centro è di solito un mediano di mischia deluso che tenta sempre di prendere una palla al volo per tuffarsi in meta, regolarmente sbagliando in pieno.

MedianoMediano di mischia (n° 9): Il nano da giardino della compagnia.

Uno dei ruoli che richiede il maggior numero di sostituzioni in partita, in quanto regolarmente tritato dalle terze linee avversarie. Il mediano di mischia ha culo e baricentro bassi, corre (ma non per aprire più velocemente il gioco, bensì per evitare quella muta di cani sanguinari costituita dai due flanker e dal loro mandante, il numero 8) e chiacchiera più di Berlusconi a Porta a Porta. Il curioso è che il mediano di mischia ha la proprietà di parlare anche quando viene ridotto in coma e giace esangue a pelo d'erba. Il suo compito primario è quello di infilare la palla nel pacchetto di mischia chiuso mentre le due opposte prime linee tentano allegramente la reciproca soppressione fisica; se all'uscita della palla riesce a recuperarla e a evitare le terze linee, la capacità di giocare al piede è vitale, in quanto gli permette di liberarsi della stessa prima di venire definitivamente abbattuto; a causa dei pericoli che deve affrontare ha sviluppato una naturale astuzia che gli permette in genere di sopravvivere. Si noti che un mediano di mischia non produce mai brutto gioco. Se fa una cazzata la colpa è sempre della terza linea che gli ha passato una palla sporca senza protezione; va anche detto che, nel caso producesse bel gioco, gli verrebbe obbiettato che «chi non giocherebbe bene dietro una mischia come quella?».

Giocatore di rugbyMediano d'apertura o, più semplicemente, apertura (n° 10): come nel calcio, a tale numero è demandato il ruolo del fancazzista fantasista: normalmente, a parte il numero, si riconosce subito perché è il più bello della compagnia, quello che pare capitato lì per caso a raccontare durante le bevute del pre-partita delle sue trombate in yacht con gnocche da paura.

Normalmente è un calciatore mancato, che con la palla rotonda si contraddistingueva per discreta visione di gioco e calcio lungo; ha il compito di fare cerniera insieme al mediano di mischia (che fa il lavoro sporco e prende legnate, in quanto più vicino agli energumeni della prima linea) al fine di aprire il gioco sui tre quarti; fisiologicamente poco soggetto al placcaggio avversario vista la sua capacità di liberarsi del pallone, è quello che per contrappasso rischia di più se si avventura nei ventidue metri avversari (dove gli avanti lo mazzolano con gli interessi per tutti i contrasti a cui è sfuggito a metà campo). Le aperture si dividono in due grandi categorie:

  • l'apertura calciante: dotata di un buon gioco al piede, calcia lungo, non recupera mai un pallone e preferisce altresì assistere da lontano all'eccitante spettacolo del mucchio selvaggio;
  • l'apertura che gioca alla mano: corre e passa, non ha mai sentito parlare di calci tattici, con lui ci si danna ma non c'è verso: si gioca solo sul trasversale.

Per stabilire se si è mediani d'apertura, in teoria si dev'essere intelligenti studiosi del gioco, possibilmente imparentati con il presidente della società (averne impalmato o quantomeno impalato la figliola, tipicamente, il che non è difficile). Caratteristica interessante dei mediani d'apertura è che essi sono pervicacemente refrattari al placcaggio: nemmeno sotto tortura o minaccia armata ne vedrete uno da parte sua (voci incontrollate dicono che ancora all'epoca del rugby dilettantistico si è visto su un campo di periferia inglese un mediano d'apertura placcare, ma deve trattarsi di una leggenda o di un errore di persona): altra caratteristica di tale ruolo è che se la squadra vince è per merito di quel genio che gioca all'apertura, ma se perde è per colpa delle prime linee che non hanno fatto diga.

Giocatore di rugby2Ali (sinistra, n° 11, e destra, n° 14): Per essere un'ala devi avere tre qualità fondamentali:
  • Velocità
  • Abilità nel volo radente
  • Attitudine a parlare con le ragazze (talento che si sviluppa specialmente lungo la touche, ovvero l'approccio con le mogli/fidanzate degli avversari).

Nessun'altra qualità è richiesta a tale figura di giocatore, a parte talora placcare nel caso che si trovi di fronte ad un avversario sopravvissuto ai propri compagni di terza linea, e l'estremo sia impossibilitato ad intervenire; ma in genere la partita di un'ala si alterna tra i (pochi) momenti in cui un mediano rifila loro la palla con la quale filare pancia a terra verso la linea di meta avversaria e i (parecchi) momenti di inattività, durante i quali essa può coltivare le relazioni sociali di cui sopra oppure entrare in narcolessia. Molte ali - nel parlare delle loro partite migliori - citano il numero di appuntamenti che hanno ottenuto, non i tentativi di meta. Recentemente un record è stato battuto da un'ala particolarmente piacevole a guardarsi che ottenne ben 5 diversi appuntamenti durante il primo tempo e che si fidanzò con la sesta ragazza nel secondo tempo. È tra quelli più soggetti al raffreddore, se l'incontro si svolge sotto la pioggia e il gioco è bloccato nelle mischie.

Giocatore di rugby centrocampistaTre quarti centro o più semplicemente centro (primo centro, n° 12, secondo centro, n° 13): giocatori di prima linea prestati alla tre quarti. Meno tecnici delle aperture, meno veloci delle ali ma anche meno massicci dei piloni e dei tallonatori, si dividono in coloro che si credono specialisti dello scontro fisico (quelli più bassi e pesanti) e coloro che sono in effetti delle aperture mancate (quelli più longilinei e rapidi).

Il loro ruolo è in effetti difficilmente definibile. I tre quarti centro fanno molto lavoro sporco, creano raggruppamenti, parlano solo tra di loro, invidiano i loro compagni di prima linea che almeno hanno l'immunità per i crimini più gravi mentre loro sono soggetti all'espulsione ogni volta che cercano di giustiziare un temerario che osi passare oltre la loro linea. Insomma, ai centri è chiesto di cantare e portare la voce, non ricevono i complimenti destinati agli altri tre quarti che marcano mete, e sviluppano istinti da serial killer per frustrazione, d'intensità appena inferiore a quella delle terze linee. Tuttavia, si adattano anche a tale ruolo pur di scendere in campo, sostenuti dalla speranza che il proprio mediano d'apertura venga barellato dal tre quarti centro avversario.

Giocatore di rugby che correEstremo (n° 15): teoricamente, un mediano d'apertura più veloce ma che a differenza sua non può permettersi errori in quanto ultimo uomo tra la squadra avversaria e la propria linea di meta. A parte questo si tratta di una posizione molto corteggiata e amata da quelli con le spalle larghe, i giocatori tipo morte e gloria che sono contenti di essere coinvolti nel gioco solo quando se la sentono, per esempio perforando la linea dei tre quarti avversari dopo un lungo e freddo periodo di inattività.

Tali periodi di inattività sono considerati dagli estremi delle posizioni tattiche di riparo: in effetti lo fanno semplicemente per tenersi fuori dai guai. L'estremo deve avere anche una certa abilità nel proteggersi dai suoi stessi compagni, evitando l'ostruzione dopo un calcio Up & under seguito da un coraggioso e teatrale: «PALLA MIA!».

sabato 3 gennaio 2015

Il Cuore della Terra

Per chi volesse capire chi invade chi, ecco un estratto, parola per parola, dell'Atlante Geopolitico Garzanti del 1999

Nonostante la sua potenza nucleare, la Russia subisce un arretramento catastrofico che ricorda, in proporzione, il disastro di Weimar all'inizio degli anni '20 [del novecento, R.F.].
La periferia russa, che Mosca aveva cercato di mantenere nell'ambito della comunità degli Stati Indipendenti (CSI), si sgretola.
Il più grave dei regressi russi sarà la separazione crescente - incoraggiata dagli Stati Uniti - dell'Ucraina (52 milioni di abitanti), centro slavo per eccellenza. Il distacco dell'Ucraina e la sua eventuale adesione alla NATO avranno come conseguenza l'emarginazione della Russia e la sua riduzione, in futuro, a potenza regionale.
L'Azerbaigian dove, diversamente dagli altri stati della CSI, non vi sono truppe russe, è ugualmente incoraggiato ad allontanarsi dalla Russia - sostenuta in questo dalle compagnie petrolifere americane, tra le quali l'Amoco è la più presente. La vicinanza geografica della Turchia, il petrolio del Caspio e il ruolo di catenaccio del Caucaso settentrionale, in maggioranza musulmano (Dagestan, Cecenia...), fanno dell'Azerbaigian uno stato importante dal punto di vista strategico.
Anche la Georgia si sforza di prendere le distanze nei rapporti con Mosca (asse Taskent-Baku-Tbilisi-Kiev).
Da parte sua, la Russia ricorre a strategie etniche portando aiuto all'Abhasia (Georgia) e agli armeni del Nagorno-Karabah (Azerbaigian).
Infine, ha inizio l'uscita dall'isolamento dell'Asia centrale, grazie soprattutto alle compagnie petrolifere americane. Politicamente, lo stato chiave è l'Uzbekistan, mentre il Turkmenistan e il Kazakhstan sono ricchi di idrocarburi che vengono istradati verso sud. Malgrado i successi dei taliban sostenuti dal Pakistan (e dalla CIA), l'Afghanistan non sembra in grado di trovare una via d'uscita sicura. L'Iran, ovviamente,rappresenta, a questo riguardo, la scelta più coerente. La partita che si gioca nella periferia russa è oggi essenziale.

Teoria del contenimento della Russia "Cuore della Terra" ("Heartland") di Mackinder e definizione di "Rimland" di Spykman

Halford John Mackinder (Gainsborough, 15 febbraio 1861 – Bournemouth, 6 marzo 1947) è stato un geografo, politico, diplomatico, esploratore ed alpinista inglese.
Mackinder era esperto in biologia, storia, legge e strategia; conquistò la vetta del Monte Kenya nel settembre del 1899.
È conosciuto per la sua celebre teoria geopolitica dell'Heartland (traducibile come Cuore della terra), cioè un'area geografica il cui controllo avrebbe consentito di dominare l'intero mondo. La zona in questione era individuata al centro del supercontinente Eurasiatico.
Questa teoria fu elaborata per la prima volta nell'articolo "The Geographical Pivot of History" ("Il perno geografico della storia"), presentato il 25 gennaio 1904 alla Royal Geographical Society, e successivamente pubblicato dal “The Geographical Journal”.

Nicholas John Spykman (1893 – 1943) fu uno studioso americano di geografia e geopolitica.
La sua rivisitazione del pensiero di Halford Mackinder lo portò a riformulare la geopolitica, sottolineando l'importanza del Rimland (la fascia costiera della massa eurasiatica) rispetto all'Heartland (il "cuore della terra", cioè le pianure centroasiatiche) nella visione geostrategica del mondo. Per queste teorie è considerato il padre della "politica di contenimento" attuata dagli Stati Uniti nei confronti dell'ex Unione Sovietica.

Il mondo secondo Spykman

Il mondo secondo Spykman